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Dopo la cataratta è ancora possibile migliorare la vista? In casi selezionati una lente addizionale può correggere difetti residui e ridurre gli occhiali.
Quando si affronta un intervento di cataratta, la maggior parte delle persone pensa che quello sarà l’ultimo passo della propria storia visiva. Il cristallino opaco viene sostituito con una lente artificiale, la vista migliora e il percorso sembra concluso. Se dopo qualche settimana rimane un piccolo difetto visivo, oppure nasce il desiderio di ridurre ulteriormente la dipendenza dagli occhiali, la convinzione è quasi sempre la stessa: “Ormai non c’è più niente da fare.”
In realtà non è sempre così.
Negli ultimi anni la chirurgia della cataratta ha continuato ad evolversi e, insieme ad essa, sono cambiate anche le possibilità offerte ai pazienti già operati. Oggi, in casi accuratamente selezionati, è possibile impiantare una seconda lente intraoculare, progettata appositamente per essere posizionata davanti a quella già presente, senza dover rimuovere l’impianto eseguito durante il primo intervento. Questa soluzione veloce e molto sicura permette di perfezionare il risultato visivo e, in molti casi, di aumentare ulteriormente l’indipendenza dagli occhiali.
La cosa sorprendente è che molti pazienti non ne hanno mai sentito parlare.
È importante chiarire un concetto che spesso genera confusione. Un intervento di cataratta può essere tecnicamente impeccabile e avere comunque un risultato che non corrisponde completamente alle aspettative del paziente.
Può rimanere una lieve miopia, una piccola ipermetropia oppure un astigmatismo residuo. In altri casi la visione da lontano è eccellente, ma il paziente continua ad aver bisogno degli occhiali per leggere il cellulare, consultare un menu o firmare un documento.
Questo non significa che l’intervento sia andato male.
La chirurgia della cataratta ha come primo obiettivo quello di eliminare il cristallino opaco e restituire una buona qualità visiva. Tuttavia ogni occhio è diverso e, nonostante i sofisticati calcoli biometrici di cui disponiamo oggi, può capitare che il risultato refrattivo finale non sia esattamente quello desiderato.
Oppure, semplicemente, le esigenze del paziente possono cambiare nel tempo.
Pensiamo a una persona operata alcuni anni fa con una lente monofocale. All’epoca il suo obiettivo era vedere bene da lontano e non aveva particolare interesse per la lettura senza occhiali. Oggi, magari in pensione, trascorre molte ore con lo smartphone, il tablet o i libri e desidera una maggiore autonomia anche per vicino.
Fino a pochi anni fa le possibilità erano limitate.
Oggi non più.
Quando si parla di impiantare una seconda lente, molti immaginano un intervento complesso nel quale venga rimossa quella già presente.
In realtà non è così.
La lente impiantata durante l’intervento di cataratta rimane nella sua sede naturale, all’interno del sacco capsulare. La nuova lente viene invece progettata per essere posizionata nel solco ciliare, cioè nello spazio anatomico immediatamente davanti alla lente primaria. È una lente nata proprio per questo scopo e con caratteristiche costruttive completamente diverse rispetto a quelle utilizzate durante la chirurgia della cataratta.
In altre parole, non si rifà l’intervento di cataratta.
Si aggiunge un elemento capace di perfezionare il risultato ottenuto anni prima.
Uno dei maggiori vantaggi di questo approccio è la sua flessibilità. La lente addizionale può infatti essere scelta in funzione delle reali necessità del paziente, rendendo il trattamento estremamente personalizzato. Inoltre, essendo indipendente dalla lente primaria, mantiene una caratteristica molto importante: la reversibilità. Se nel tempo dovessero insorgere nuove esigenze cliniche o patologie oculari che rendessero preferibile un’altra soluzione, la lente supplementare può essere rimossa senza compromettere quella impiantata durante l’intervento di cataratta.
Le situazioni nelle quali una lente da solco può rappresentare una valida soluzione sono diverse, ma hanno tutte un obiettivo comune: migliorare ulteriormente la qualità della visione.
La prima è la correzione di un difetto refrattivo residuo. Anche una lieve miopia o una piccola ipermetropia possono influenzare la qualità visiva quotidiana e rendere necessario l’utilizzo degli occhiali. Una lente supplementare permette di compensare questo difetto senza intervenire sulla lente primaria.
Un secondo scenario riguarda l’astigmatismo residuo. Oggi sono disponibili anche modelli torici, progettati per correggere il cilindro e migliorare ulteriormente la nitidezza dell’immagine nei pazienti che presentano questo difetto dopo la chirurgia della cataratta.
Infine esiste forse l’indicazione che negli ultimi anni ha suscitato maggiore interesse: aggiungere la capacità di vedere da vicino.
Molti pazienti operati con una lente monofocale vedono perfettamente da lontano ma continuano a dipendere dagli occhiali per leggere. In casi selezionati, una lente addizionale multifocale o EDOF può aumentare la profondità di fuoco e offrire una maggiore libertà nelle attività quotidiane, come consultare il telefono, leggere un libro o utilizzare il computer.
Naturalmente non tutti i pazienti sono candidati a questo tipo di soluzione. Come avviene per qualsiasi tecnologia multifocale, la selezione del paziente rappresenta il passaggio più importante e richiede una valutazione accurata della retina, della cornea, della pupilla e delle aspettative visive.
L’idea di aggiungere una seconda lente può sembrare insolita, ma nasce da un principio molto semplice: preservare ciò che funziona e migliorare ciò che può essere perfezionato.
Rimuovere una lente intraoculare ben posizionata dopo mesi o anni dall’intervento può essere tecnicamente più complesso e comportare rischi maggiori rispetto all’impianto di una lente supplementare progettata specificamente per il solco ciliare. Per questo motivo, negli ultimi anni, la letteratura scientifica ha mostrato un crescente interesse verso queste piattaforme, evidenziandone la sicurezza, la qualità ottica e la possibilità di personalizzare ulteriormente il risultato refrattivo.
Il concetto è semplice: non sostituire ciò che funziona, ma completarlo.
Molte persone pensano che, una volta eseguito l’intervento di cataratta, ogni possibilità di miglioramento sia definitivamente conclusa.
Oggi non è più così.
Se è rimasto un piccolo difetto refrattivo, se persistono gli occhiali per alcune attività oppure se desiderate una maggiore indipendenza nella visione da vicino, potrebbe esistere una soluzione che fino a pochi anni fa non era disponibile.
Naturalmente non è indicata per tutti. Ogni occhio deve essere studiato attentamente attraverso una visita specialistica e una valutazione refrattiva completa. Ma sapere che questa possibilità esiste rappresenta già il primo passo.
Perché, in alcuni casi, l’intervento di cataratta non è necessariamente l’ultimo capitolo della vostra storia visiva.

Scritto da
Massimo Camellin
Direttore Sanitario, Medico Chirurgo Specialista in Oftalmologia
Fondatore di SEKAL e punto di riferimento internazionale nella chirurgia refrattiva, il Dr. Camellin è l'inventore della tecnica LASEK e del sistema di lenti intraoculari Camellens. Con decenni di ricerca e migliaia di interventi all'attivo, coordina personalmente i protocolli clinici del centro, garantendo i più alti standard di sicurezza e innovazione.
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