
Chirurgia refrattiva ed estate: si può fare il laser agli occhi anche con caldo, sole e mare?
La chirurgia refrattiva si può fare anche d’estate. Ecco cosa cambia davvero tra sole, mare e recupero postoperatorio.
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Esistono davvero metodi esclusivi per togliere gli occhiali? Scopri come distinguere la medicina basata sulle evidenze dal semplice marketing.
“Dottore, lei usa il Metodo…?”
È una domanda che negli ultimi anni sentiamo sempre più spesso.
Non importa quale sia il nome. Cambia il cognome del chirurgo, cambia il centro, cambia il logo, cambia la campagna pubblicitaria. Il concetto, però, è sempre lo stesso: esisterebbe un metodo esclusivo, una tecnica speciale, qualcosa che soltanto quel medico sarebbe in grado di offrire.
Ed è proprio qui che nasce uno dei più grandi equivoci della chirurgia refrattiva moderna.
Perché in medicina il concetto di “metodo esclusivo” semplicemente non esiste.
Esiste la ricerca. Esistono gli studi clinici. Esistono i congressi nazionali ed internazionali. Esiste il confronto continuo tra migliaia di chirurghi che ogni giorno cercano di migliorare quello che fanno.
Ed esiste una disciplina che si chiama chirurgia refrattiva.
Tutto il resto rischia di essere soltanto marketing.
Attenzione, però. Questo non significa che tutti i chirurghi siano uguali. Anzi. L’esperienza del chirurgo continua ad essere uno dei fattori più importanti per il successo di un intervento. Ma esperienza e “metodo proprietario” sono due concetti completamente diversi.
Per capire il perché, proviamo a fare un ragionamento.
Immaginate che domani un chirurgo scopra davvero una tecnica capace di eliminare completamente gli aloni notturni dopo il laser, di azzerare il rischio di ectasia corneale, di correggere qualsiasi miopia senza limiti e di garantire una visione perfetta in ogni paziente.
Secondo voi cosa farebbe? La terrebbe nascosta? La utilizzerebbe soltanto nel proprio studio? Le darebbe il proprio cognome trasformandola in uno slogan pubblicitario?
Ovviamente no.
La prima cosa che farebbe sarebbe dimostrare che funziona.
Perché in medicina un’idea non diventa vera semplicemente perché qualcuno la racconta.
Diventa vera quando riesce a sopravvivere alle critiche della comunità scientifica.
Ed è qui che la medicina si differenzia profondamente dal marketing.
Il marketing convince. La scienza dimostra. È una differenza enorme.
Quando leggiamo la pubblicità di un’automobile, possiamo anche fidarci del costruttore. Quando invece parliamo di un intervento chirurgico, la fiducia non può basarsi su uno slogan. Deve basarsi sulle prove.
Ed è proprio questo il motivo per cui ogni tecnica chirurgica oggi utilizzata in tutto il mondo segue sempre lo stesso percorso.
Nasce come un’idea. Viene sperimentata. Viene studiata. Viene confrontata con quello che esiste già. Viene pubblicata su riviste scientifiche internazionali.
Altri chirurghi provano a riprodurla.Altri ricercatori cercano eventuali limiti. Passano anni.
Solo allora quella tecnica entra davvero nella pratica clinica.
La storia della chirurgia refrattiva racconta esattamente questo.
Negli anni Ottanta la PhotoRefractive Keratectomy (PRK) rappresentò una rivoluzione. Per la prima volta il laser ad eccimeri permetteva di modificare la forma della cornea con una precisione impensabile fino a pochi anni prima. Non fu il “metodo” di qualcuno. Fu il risultato di anni di ricerca, di studi sperimentali e di collaborazioni internazionali.
Con il tempo si comprese che molte fasi della procedura potevano essere ulteriormente migliorate. Nacque così la PhotoRefractive Keratectomy transepiteliale (t-PRK o TransPRK), nella quale è lo stesso laser a rimuovere anche l’epitelio corneale, riducendo la manipolazione meccanica dell’occhio.
Nel frattempo vennero sviluppate altre tecniche di superficie, come la Laser Assisted Sub-Epithelial Keratectomy (LASEK). Per alcuni anni rappresentò un’importante alternativa alla PRK. Oggi il suo utilizzo è molto più limitato, perché l’evoluzione tecnologica ha permesso di ottenere risultati sempre migliori con procedure differenti.
La ricerca, però, non si è mai fermata. Si iniziò ancora prima a studiare la possibilità di lavorare all’interno della cornea anziché sulla sua superficie. Nacque la Laser-Assisted In Situ Keratomileusis (LASIK), una tecnica che cambiò radicalmente il recupero postoperatorio grazie alla creazione di un sottile flap corneale.
Successivamente il microcheratomo meccanico venne progressivamente sostituito dal laser a femtosecondi. Non perché qualcuno avesse inventato un nuovo “metodo”, ma perché gli studi dimostravano una maggiore precisione nella creazione del flap. Così nacque la Femtosecond Laser-Assisted In Situ Keratomileusis (FemtoLASIK), oggi considerata l’evoluzione naturale della LASIK tradizionale.
Negli ultimi anni è arrivata un’altra importante innovazione: l’estrazione del lenticolo corneale.
Molti pazienti conoscono questa tecnica con il nome di SMILE.
Altri hanno sentito parlare di SMILE Pro, SmartSight, SmartSight NOVA, CLEAR oppure SILK.
Ed è proprio qui che il marketing riesce spesso a creare la maggiore confusione.
Perché questi nomi fanno pensare a tecniche completamente diverse.
In realtà condividono lo stesso principio chirurgico.
Oggi sempre più spesso si utilizza il termine Kerato Lenticule Extraction (KLEX) per indicare l’intera famiglia di procedure che prevedono la creazione di un lenticolo intrastromale mediante laser a femtosecondi e la sua successiva estrazione attraverso una piccola incisione.
Le aziende producono laser differenti. Sviluppano software differenti. Introducono nuove funzioni. Migliorano la velocità di esecuzione. Ottimizzano l’interfaccia con il paziente. Ma il principio chirurgico rimane lo stesso.
È esattamente ciò che accade nel mondo dell’automobile. Un motore ibrido Toyota non è identico a uno BMW. Un cambio Mercedes non è uguale a uno Audi.
Eppure nessuno direbbe che appartengono a categorie completamente differenti.
Sono evoluzioni tecnologiche dello stesso concetto.
La chirurgia refrattiva segue la stessa logica.
Ed è qui che il paziente dovrebbe iniziare a porsi qualche domanda.
Quando leggiamo di un “metodo esclusivo”, stiamo davvero parlando di una nuova tecnica chirurgica? Oppure stiamo semplicemente cambiando il nome di qualcosa che la comunità scientifica conosce già da anni?
La risposta, molto spesso, è la seconda.
Naturalmente questo non significa che non esista innovazione.
L’innovazione esiste eccome. Ogni anno vengono introdotti nuovi algoritmi di centraggio, nuovi software di eye tracking, nuovi profili di ablazione, nuovi sistemi di imaging corneale, nuove strategie di trattamento personalizzato.
Ma nessuno di questi progressi nasce nel segreto.
Viene discusso ai congressi. Viene pubblicato. Viene criticato. Viene migliorato.
Viene confrontato.
È proprio questo confronto continuo che ha permesso alla chirurgia refrattiva di raggiungere gli straordinari livelli di precisione e sicurezza che conosciamo oggi.
C’è poi un altro aspetto che raramente compare nelle pubblicità.
La tecnica migliore non esiste. Esiste la tecnica migliore per quel paziente.
Due persone della stessa età possono avere la stessa miopia e ricevere indicazioni chirurgiche completamente diverse.
Una cornea più sottile.
Una pupilla più ampia.
Un’attività sportiva diversa.
Un lavoro che richiede una particolare qualità della visione notturna.
Una lieve irregolarità corneale.
Un inizio di secchezza oculare.
Sono tutti elementi che possono modificare completamente la scelta della procedura.
Ed è proprio qui che entra in gioco il vero valore del chirurgo. Non nell’aver inventato un nome.
Ma nel conoscere profondamente tutte le tecniche disponibili e sapere quando utilizzarle.
Un buon chirurgo non cerca di adattare ogni paziente alla tecnica che preferisce.
Fa esattamente il contrario. Adatta la tecnica al paziente.
E qualche volta, quando gli esami lo suggeriscono, sceglie perfino di non operare.
Può sembrare una frase semplice.
In realtà è probabilmente la dimostrazione più importante di competenza.
Perché dire di no è spesso molto più difficile che dire di sì.
La prossima volta che prenoterete una visita di chirurgia refrattiva, provate a cambiare domanda.
Non chiedete:
“Lei usa il Metodo…?”
Chiedete invece:
“Perché ritiene che questa sia la tecnica migliore per i miei occhi?”
Se la risposta inizierà parlando della vostra cornea, della vostra pupilla, della vostra refrazione, della qualità della superficie oculare, della biomeccanica corneale, delle vostre abitudini di vita e delle vostre aspettative, probabilmente siete davanti a un professionista che ragiona come dovrebbe ragionare un chirurgo.
Se invece la conversazione ruota esclusivamente attorno a un marchio, a un nome commerciale o a uno slogan pubblicitario, forse vale la pena approfondire.
Oggi ogni paziente ha uno strumento straordinario che fino a pochi anni fa non esisteva.
Può informarsi.
Può leggere.
Può verificare.
Può cercare quella tecnica su PubMed, su Google Scholar o su ResearchGate e capire se esista davvero una letteratura scientifica che la sostiene.
Non serve diventare ricercatori.
Serve soltanto ricordare una regola molto semplice.
In medicina, ciò che funziona davvero non rimane proprietà di una sola persona.
Diventa patrimonio di tutti. È successo con la PRK. È successo con la FemtoLASIK. Sta succedendo con le procedure della famiglia KLEX.
Ed è così che continuerà ad evolvere la chirurgia refrattiva nei prossimi decenni.
Perché la medicina non appartiene a un chirurgo.
Non appartiene a un’azienda.
Non appartiene a un marchio.
Appartiene alla comunità scientifica.
E la comunità scientifica ha una caratteristica meravigliosa.
Quando scopre qualcosa che migliora davvero la vita dei pazienti… non la tiene per sé. La condivide con il mondo.

Scritto da
Umberto CamellinMedico Chirurgo Oculista
Il Dott. Umberto Camellin è un chirurgo oculista con attività clinica e chirurgica nell’ambito della cataratta e della chirurgia refrattiva, con particolare attenzione alla personalizzazione del risultato e alla gestione dei casi complessi, come le cornee irregolari e il cheratocono. Accanto alla pratica clinica, si occupa di ricerca applicata con un interesse specifico per la biometria avanzata, l’analisi pupillometrica e corneale, la statistica inferenziale e il machine learning. È autore di pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e partecipa regolarmente come relatore a congressi nazionali e internazionali. Svolge la sua attività presso SEKAL Microchirurgia e presso l’Ospedale Mater Salutis di Legnago, seguendo il paziente dalla diagnosi al trattamento chirurgico.
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