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Quanto dura davvero il risultato del laser agli occhi?

·5 min di lettura·Livello: 🟡 Intermedio·di Umberto Camellin
stabilità trattamento laser occhi

Il laser corregge il difetto refrattivo, ma l’occhio continua comunque a cambiare nel tempo.

“Ok, faccio il laser… ma poi tra dieci anni torno come prima?”

Questa è probabilmente una delle domande più intelligenti che un paziente possa fare.

Perché la chirurgia refrattiva non blocca il tempo. Non rende l’occhio immutabile. E soprattutto non impedisce all’occhio di cambiare nel corso della vita.

Ma questo non significa che il risultato “svanisca”.

Quando la chirurgia refrattiva viene eseguita correttamente, su un difetto stabile e in un paziente ben selezionato, il risultato tende ad essere molto stabile nel tempo. Molti pazienti operati venti o trent’anni fa vedono ancora molto bene oggi senza occhiali.

Per capire perché questo accade, però, bisogna chiarire un concetto fondamentale.

Il laser corregge il difetto refrattivo presente in quel momento modificando la forma della cornea. Non impedisce eventuali cambiamenti biologici futuri dell’occhio.

E questi cambiamenti, sostanzialmente, possono essere di due tipi.

Regressione corneale: quando la cornea “si assesta”

Il primo fenomeno è rappresentato dalla regressione refrattiva superficiale.

Dopo il trattamento laser, soprattutto nei primi mesi, la cornea va incontro a normali processi di guarigione. L’epitelio si riorganizza, lo stroma si stabilizza e l’occhio si adatta alla nuova situazione ottica.

In alcuni pazienti questo processo può determinare piccole variazioni refrattive nel tempo.

Nella maggior parte dei casi si tratta di cambiamenti modesti, spesso clinicamente insignificanti e percepiti solo durante i controlli specialistici.

Le regressioni più evidenti erano relativamente più frequenti nelle prime generazioni di laser e nei trattamenti molto spinti. Oggi, grazie a profili di ablazione più sofisticati, zone ottiche più grandi, una migliore comprensione della biomeccanica corneale e criteri di selezione più rigorosi, il fenomeno risulta generalmente molto più contenuto.

La vera protagonista delle miopie elevate: la lunghezza assiale

Esiste però un secondo meccanismo, completamente diverso.

Ed è probabilmente il più importante nelle miopie elevate.

L’occhio miope tende ad essere più lungo rispetto a un occhio emmetrope. Questa caratteristica viene definita aumento della lunghezza assiale.

Il laser modifica la cornea, ma non modifica la lunghezza dell’occhio.

Se un paziente presenta una predisposizione biologica alla progressione della miopia, l’occhio può continuare lentamente ad allungarsi anche dopo l’intervento.

Quando questo accade, il paziente può sviluppare nuovamente una lieve miopia.

È importante comprendere che, in questi casi, il problema non è “che il laser non ha funzionato”.

Semplicemente, il laser ha corretto il difetto presente al momento dell’intervento, mentre negli anni successivi l’occhio ha continuato il proprio naturale percorso biologico.

Fortunatamente, questo fenomeno interessa soprattutto pazienti con miopie molto elevate o con una progressione miopica ancora attiva.

Ecco perché aspettiamo la stabilità refrattiva

Prima di proporre un intervento di chirurgia refrattiva, valutiamo sempre la stabilità del difetto visivo.

Idealmente, la refrazione dovrebbe essere stabile da almeno uno o due anni.

Questo perché operare una miopia ancora in evoluzione significa aumentare la probabilità che il paziente sviluppi nuovamente un piccolo difetto negli anni successivi.

Nella maggior parte delle persone adulte, soprattutto dopo i 22-25 anni, la situazione tende invece a stabilizzarsi.

Ed è proprio per questo motivo che moltissimi pazienti operati in giovane età mantengono ottimi risultati anche a distanza di decenni.

Altra cosa importante è non trattare un occhio al limite. Preservare del tessuto nel paziente permette proprio di poterlo ricorreggere se dovesse nel tempo peggiorare a causa di una regressione (che sia corneale o assiale).

E se dopo anni ricompaiono gli occhiali?

Molti pazienti raccontano:

“Mi ero operato e poi ho rimesso gli occhiali.”

Ma questo non significa necessariamente che “sia tornata la miopia”.

Spesso è semplicemente comparsa la presbiopia.

La presbiopia rappresenta il naturale processo di invecchiamento del cristallino e compare generalmente dopo i 45 anni in praticamente tutti gli esseri umani.

Il cristallino perde progressivamente elasticità e diventa più difficile mettere a fuoco gli oggetti vicini. È un fenomeno completamente diverso dalla miopia.

E soprattutto non dipende dal fatto di essersi sottoposti o meno alla chirurgia refrattiva.

Perché non bisogna spingere le tecniche al limite

Esiste poi un altro aspetto molto importante, spesso poco discusso.

La chirurgia refrattiva moderna non consiste soltanto nell’ottenere il miglior risultato possibile oggi. Consiste anche nel preservare il futuro dell’occhio.

Per questo motivo, quando possibile, è preferibile evitare trattamenti eccessivamente aggressivi che consumino inutilmente tessuto corneale.

Mantenere una buona riserva stromale residua può rappresentare una risorsa preziosa negli anni successivi.

Se dovesse comparire una lieve regressione clinicamente significativa, o se il paziente dovesse necessitare di un piccolo perfezionamento del risultato, la disponibilità di tessuto corneale residuo può consentire di eseguire eventuali ritocchi in condizioni di maggiore tranquillità e sicurezza.

Ancora una volta, la prudenza iniziale può trasformarsi in un vantaggio a lungo termine.

Quindi quanto dura davvero il risultato?

La risposta più onesta è questa.

Nella grande maggioranza dei pazienti il risultato della chirurgia refrattiva dura moltissimi anni, spesso decenni.

Tuttavia, l’occhio rimane un organo biologico che continua ad evolvere nel tempo.

Piccole variazioni refrattive possono verificarsi.

In alcuni pazienti con miopie elevate l’occhio può continuare lentamente ad allungarsi.

La presbiopia comparirà indipendentemente dall’intervento.

Ma nessuno di questi fenomeni significa automaticamente che il laser “abbia smesso di funzionare”.

La differenza rispetto al passato è che oggi riusciamo a prevedere questi cambiamenti molto meglio, grazie a strumenti diagnostici più sofisticati e a criteri di selezione sempre più accurati.

Ed è proprio questo il vero obiettivo della chirurgia refrattiva moderna.

Non promettere risultati “per sempre”.

Ma offrire ai pazienti il miglior risultato possibile, nel modo più sicuro e più duraturo possibile.

Perché il laser non blocca il tempo.

Corregge il presente, lasciando però all’occhio la possibilità di continuare la propria storia biologica.

Umberto Camellin

Scritto da

Umberto Camellin

Medico Chirurgo Oculista

Il Dott. Umberto Camellin è un chirurgo oculista con attività clinica e chirurgica nell’ambito della cataratta e della chirurgia refrattiva, con particolare attenzione alla personalizzazione del risultato e alla gestione dei casi complessi, come le cornee irregolari e il cheratocono. Accanto alla pratica clinica, si occupa di ricerca applicata con un interesse specifico per la biometria avanzata, l’analisi pupillometrica e corneale, la statistica inferenziale e il machine learning. È autore di pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali e partecipa regolarmente come relatore a congressi nazionali e internazionali. Svolge la sua attività presso SEKAL Microchirurgia e presso l’Ospedale Mater Salutis di Legnago, seguendo il paziente dalla diagnosi al trattamento chirurgico.

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